Negli ultimi anni il trattamento dell’obesità ha vissuto una vera rivoluzione. Molecole come semaglutide e tirzepatide hanno modificato profondamente il panorama terapeutico, mostrando risultati che fino a pochi anni fa sembravano raggiungibili quasi esclusivamente attraverso la chirurgia bariatrica. Oggi, però, l’attenzione della comunità scientifica si sta spostando verso una nuova molecola sperimentale: la retatrutide.
Che cos'è la retatrutide?
Semaglutide agisce principalmente sul recettore del GLP-1, mentre tirzepatide agisce su due bersagli biologici, GLP-1 e GIP. La retatrutide, invece, è un agonista triplo: stimola contemporaneamente i recettori di GLP-1, GIP e glucagone.
Questa differenza non è semplicemente un dettaglio farmacologico, ma rappresenta il motivo principale dell'interesse scientifico verso questa molecola.
L'attivazione del recettore GLP-1 contribuisce a ridurre l'appetito, rallentare lo svuotamento gastrico e migliorare il controllo glicemico. Il GIP sembra potenziare ulteriormente gli effetti metabolici e favorire una migliore regolazione energetica. L'agonismo del recettore del glucagone, invece, rappresenta l'elemento più innovativo: oltre a contribuire al controllo metabolico, potrebbe aumentare il dispendio energetico, contrastando in parte quel fisiologico rallentamento del metabolismo che spesso accompagna la perdita di peso.
I risultati dello studio di fase 2
Lo studio ha coinvolto 338 adulti con obesità o sovrappeso associato a comorbidità metaboliche. Dopo 48 settimane di trattamento, il gruppo che aveva ricevuto il dosaggio più elevato ha raggiunto una riduzione media del peso corporeo del 24,2%.
Si tratta di un dato straordinario e rappresenta una delle più elevate riduzioni ponderali mai osservate in uno studio farmacologico di questa fase.
Risultati paragonabili alla chirurgia bariatrica?
È proprio questo il punto che ha attirato maggiormente l'attenzione dei media e degli specialisti.
Le procedure bariatriche più diffuse, come sleeve gastrectomy e bypass gastrico, consentono mediamente una perdita di peso che si colloca intorno al 25-30% del peso corporeo nel primo anno dopo l'intervento.
Per la prima volta un farmaco sembra avvicinarsi a percentuali di dimagrimento che storicamente rappresentavano il punto di forza della chirurgia bariatrica. Questo non significa necessariamente che farmaco e intervento siano equivalenti, ma indica che il divario tra terapia medica e terapia chirurgica si è ridotto in maniera significativa.
Perché il confronto non può fermarsi ai numeri
Sarebbe però un errore ridurre il confronto alla sola percentuale di peso perso.
La chirurgia bariatrica possiede un vantaggio fondamentale: disponiamo di dati di follow-up che arrivano a dieci, quindici e persino vent'anni. Conosciamo abbastanza bene la sua capacità di mantenere il risultato nel lungo periodo e di migliorare o far regredire numerose patologie associate all'obesità, come diabete tipo 2, ipertensione arteriosa, steatosi epatica e sindrome metabolica.
Per la retatrutide, invece, i dati attualmente disponibili coprono un periodo molto più breve. I risultati sono estremamente promettenti, ma non sappiamo ancora con certezza cosa accadrà dopo cinque o dieci anni di trattamento.
Esiste inoltre un'altra differenza importante. Con i farmaci incretinici già approvati è stato osservato che la sospensione della terapia tende spesso a essere seguita da un recupero di parte del peso perso. Non sappiamo ancora in quale misura questo fenomeno riguarderà la retatrutide.
La chirurgia presenta certamente rischi e possibili complicanze, ma produce anche modificazioni anatomiche e ormonali che possono determinare effetti metabolici persistenti nel tempo.
D'altra parte, il trattamento farmacologico offre vantaggi che non devono essere sottovalutati: è reversibile, modulabile, non richiede un intervento chirurgico e può essere utilizzato anche in pazienti che non desiderano o non possono sottoporsi a un'operazione.
La vera sfida: personalizzare la terapia
La vera domanda è quale trattamento sia più adatto per il singolo paziente.
Esistono persone che possono ottenere enormi benefici da una terapia farmacologica avanzata, evitando un intervento chirurgico. Altre, soprattutto in presenza di obesità severa e comorbidità importanti, potrebbero continuare a trarre maggior vantaggio dalla chirurgia. In alcuni casi, inoltre, farmaci e chirurgia potrebbero diventare strumenti complementari anziché alternativi.
La retatrutide rappresenta probabilmente uno dei progressi più interessanti degli ultimi anni e potrebbe contribuire a ridefinire gli equilibri tra terapia farmacologica e chirurgia bariatrica. Tuttavia, al di là dell'entusiasmo generato dai risultati preliminari, resta fondamentale mantenere uno sguardo scientifico e prudente: i numeri sono impressionanti, ma la qualità della cura continua a dipendere dalla capacità di scegliere il trattamento giusto per il paziente giusto.
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